Perché Alarico difende gli incel?

Molti se lo chiedono e alcuni, in preda allo scandalo, mi hanno perfino tolto dagli amici. Altri azzardano ipotesi su “moventi” legati a immaginari dettagli della mia biografia, prontamente smentite da chi ne sa più di loro. Ma per me si tratta solo di una questione di coerenza.

Non coerenza personale, di cui giustamente non importa nulla a nessuno, bensì coerenza teorica: come si concilia l’ideologia socialista, tesa alla completa liberazione dell’essere umano e al soddisfacimento dei suoi bisogni, con l’emarginazione sessuale di una fetta non trascurabile della popolazione?

E come si accorda il socialismo alla difesa delle disuguaglianze che scaturiscono dal darwinismo sociale in nome della “libertà”? Come non riconoscere negli argomenti ad hominem, nell’inversione di causa ed effetto, nella falsa meritocrazia eccetera il tipico meccanismo di colpevolizzazione mobilitato dagli oppressori contro le vittime?

Eppure tutti questi fallaci espedienti retorici, così come l’appello alla repressione psichiatrica, vanno di moda in primo luogo a sinistra. È pieno di “turisti del comunismo” che, non appena escono dal solco tracciato dai classici e non hanno più a che fare con categorie protette da una morale ipocrita, ricominciano a ragionare come i peggiori bulli e menefreghisti.

Io ho voluto esprimermi pubblicamente a favore degli incel, e documentare la soluzione del loro problema in Corea del Nord, per porre fine a questa grossolana incoerenza e mostrare come il socialismo venga incontro alle esigenze di tutti, anche e soprattutto a quelle impossibili da gestire sotto il capitalismo.

Per incel, ossia celibe involontario, si intende chi non riesce ad avere rapporti sessuali e affettivi, pur desiderandoli, a causa di fattori che sfuggono al suo controllo, perlopiù bruttezza, povertà e scarse relazioni sociali. Non è un’ideologia né, a fortiori, un movimento organizzato, bensì una condizione passiva e forzata cui gli individui elaborano reazioni che spaziano dai tentativi di “maxare” alla rassegnazione depressiva, dal servilismo mimetico del “maschio femminista” all’effettiva misoginia e misantropia di alcuni, dalle varie strategie di “coping” ai pensieri ed atti suicidi.

Per ostacolare il dibattito su questo nuovo problema sociale, sulle sue origini e sulle responsabilità del tardo capitalismo, i media distorcono volutamente il significato della parola e descrivono gli incel come una subcultura virtuale misogina o perfino come un’organizzazione terroristica. Anche assumendo che tutti gli utenti dei forum e dei gruppi a tema odino le donne – e non è questo il caso – si tratta solo di poche migliaia di persone in tutto, mentre la stessa stampa mainstream riporta che la solitudine involontaria affligge ormai il 20-30% dei giovani maschi nei Paesi occidentali.

Gli ideologi del sistema neoliberale – tra cui spiccano le femministe – identificano una chiassosa minoranza con la totalità degli esclusi, così come associavano la maggioranza della popolazione musulmana ai terroristi di Daesh. L’obiettivo è di offrire all’opinione pubblica l’ennesimo mostro da odiare, di prevenire l’altrimenti logico sviluppo dell’empatia e di intralciare con ogni mezzo la soluzione del problema, di ridurlo a disagio psicologico o colpa personale e di assolvere così il sistema che lo genera. È spiegato molto bene in questo articolo del Redpillatore: www.ilredpillatore.org/2018/06/inc…subcultura.html

Obiezione di Stefano Vaj:

Io vedo il socialismo essenzialmente come una comunità popolare che si riappropria dei mezzi di produzione e delle risorse che ricadono nello spazio che controlla, ma più in generale del proprio destino e della propria sovranità, ma NON come una via al “soddisfacimento dei bisogni”, peggio ancora in una cornice egualitaria e di sapore escatologico che in sostanza ritorna a porre al centro della questione la “felicità individuale”. Non nego che questo retaggio e prospettiva esiste nel marxismo classico, ma rappresenta ai miei occhi il suo limite peggiore, e ciò che ad esempio nella lezione di Nietzsche e dei suoi epigoni lo accomuna al cristianesimo e, se non certo alla pratica capitalista, almeno all’eudaimonismo teorico dei liberali. Al contrario, è perfettamente possibile immaginare una società socialista agonale, gerarchica e selettiva, e che anzi elimini la protezione della competizione sociale rappresentata dai privilegi di classe dei ceti parassitari.

Risposta di Alarico:

La logica agonale ha senso nella misura in cui la competizione dipende da fattori controllabili e dunque stimola l’individuo a migliorarsi per servire la comunità. In questo senso, anche in Corea del nord si svolge l’“emulazione socialista” tra aziende, squadre e singoli lavoratori, in cui chi lavora meglio, raggiunge e supera gli obiettivi del piano e/o soddisfa i bisogni dei cittadini riceve bonus e onorificenze.

Ma la selezione sessuale funziona in modo completamente diverso: poiché il suo esito è in massima parte influenzato dalla genetica (altezza, ossa facciali, tratti profondi del carattere, ecc.), essa deresponsabilizza tanto i vincitori quanto gli sconfitti; – perché entrambi sono tali per circostanze indipendenti dalla loro volontà. E così fomenta la devianza ad ambo le estremità della piramide: in alto i fratelli Bianchi spacciano, picchiano e uccidono, fra l’altro, perché ottengono validazione sessuale sempre e comunque; in basso Antonio De Marco impazzisce e accoppa degli innocenti perché, qualunque cosa faccia, dica o pensi, non riesce a sollevarsi dalla condizione di reietto.

Soddisfare i bisogni sessuali di tutti, così come garantire il diritto alla casa, al lavoro, all’istruzione e all’assistenza sanitaria, non è egualitarismo livellatore bensì una misura contro i «privilegi naturali» (Marx) immeritati, non meno dannosi di quelli sociali, che non solo non creano un sano rapporto agonale, ma ne distruggono le condizioni di possibilità e minano la coesione del collettivo. Mary Marcy, la prima pensatrice socialista ad analizzare le logiche del potere sessuale, ne auspicava la sovversione rivoluzionaria proprio per costruire «una Nuova Società in cui l’unica aristocrazia sarà quella del Lavoro e del Merito» (Women As Sex Vendors, Charles H. Kerr & Company, Chicago 1918, p. 57).

Che cosa accadrebbe infatti se si tollerasse l’emarginazione sessuale in una società socialista? Il bisogno insoddisfatto crea una domanda di sesso mercenario e da questa si genera inevitabilmente l’offerta, il sesso torna ad essere una merce che gli uomini competono per accaparrarsi offrendo qualcosa in cambio. Questa dinamica “imborghesisce” le donne, spingendole lontano dallo studio, dal lavoro e dall’attività politica ed incoraggiando invece la monetizzazione, occulta o dichiarata, del potere sessuale. In questa situazione gli uomini, a loro volta, sono incentivati a trascurare l’onesto lavoro al servizio della comunità e ad affaccendarsi per fare soldi con l’economia sommersa e la corruzione burocratica, al fine di vincere una competizione che premia condotte profondamente estranee al socialismo.

Proprio questo accadde in URSS con la parabola decadente del revisionismo che, come ricorda Kim Il Sung, reintrodusse logiche borghesi nella vita dei cittadini: «Non prestavano più alcuna attenzione al partito, alla patria e al popolo. Gli uomini non si curavano che di fare soldi per comprarsi una automobile e una villa e di condurre una vita di lusso; e le ragazze volevano sposare soltanto i ragazzi in possesso di tali ricchezze» (Opere, vol. XLIV, Edizioni in lingue estere, Pyongyang 1999, p. 169). Un vecchio amico che viaggiava in Europa orientale dice che “il socialismo è crollato perché le donne volevano i soldi e i gioielli”. Spiegazione semplicistica ma con un fondo di verità: chiunque eserciti una libertà sciolta da ogni responsabilità, chiunque goda di un privilegio naturale che influenza le scelte di chi non lo detiene, è spinto ad abusarne e a volere sempre di più, a promuovere i propri interessi a scapito degli altri e della comunità.

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