Socialismo e questione maschile/incel - Con Fabrizio Marchi e Alarico Della Scala

Fondamenti del pensiero legato alla manosphere e alla critica della società moderna
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coca cøla di rienzo
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Re: Socialismo e questione maschile/incel - Con Fabrizio Marchi e Alarico Della Scala

Messaggio da coca cøla di rienzo » 27/04/2022, 17:33

Alaricus Rex ha scritto: ↑
19/04/2022, 17:24
coca cøla di rienzo ha scritto: ↑
28/02/2022, 13:30
La differenza tra noi e i rossi è che noi crediamo nei valori della gerarchia e nella superiorità della razza bianca, che ha portato la civiltà e la spiritualità alle altre razze inferiori e ha il compito di guidare l'umanità; la gerarchia fa parte della natura umana e le differenze all'interno dell'umanità (come sono le razze) sono funzionali e organiche (concetto cardine del fascismo che vede nello stato sociale etico e gerarchico la massima espressione della società: obbedire e comandare).

per loro invece la gerarchia è solo un "mezzo" attraverso cui il partito comanda la società: infatti per loro lo scopo finale è quello di eliminare ogni gerarchia in modo da liberare l'individuo; si veda anche il loro concetto di collettività (classe) rispetto al nostro concetto di collettività (razza): il loro è posticcio e soggettivo , il nostro scientifico e organico e oggettivo
Considerazioni interessanti e tutt’altro che peregrine. Nel suo famoso articolo Dell’autorità Engels chiarisce che i rapporti gerarchici sono una conditio sine qua non della vita economica moderna, indipendentemente dalla proprietà e dalle classi, e che «l’organizzazione sociale dell’avvenire restringerà l’autorità ai soli limiti ai quali le condizioni della produzione la rendono inevitabile».

Nondimeno, come proprio quest’ultimo passaggio rivela, il marxismo resta segnato da un concetto della politica come dimensione transeunte della storia umana, legata alla lotta per la spartizione del prodotto sociale e dei mezzi di produzione e destinata a risolversi in tecnica gestionale, e dalla prospettiva di estinzione dello Stato. Questa tesi ha permesso ad alcuni interpreti di dare una lettura individualistica del marxismo e non regge alla prova della “fisiologia dello sviluppo sociale” (cicli di progresso e decadenza) e della natura dialettica dell’essere umano.

Per questo è superata dal pensiero di Kim Il Sung: «La direzione del partito non è soltanto indispensabile nel periodo di edificazione del socialismo, ma sarà necessaria anche nella società comunista del futuro, credo. Anche in una società siffatta non sarà permesso vivere a proprio arbitrio e capriccio. Si dovrà condurre una vita collettiva, una vita in seno all’organizzazione e, in questo caso, occorre un nucleo del collettivo che metta in moto i gruppi sociali e comandi gli uomini. In altri termini, si avrà bisogno di una organizzazione politica come il partito» (Opere, vol. XXXVI, Edizioni in lingue estere, Pyongyang 1990, p. 55).

Questa innovazione delle idee del Juché chiude la strada al revisionismo che, da Bernstein in avanti, concepisce la libertà non come principio funzionale alla vita dell’uomo, ma come ideale assoluto e fine autonomo che arriva a sussumere sotto di sé la stessa uguaglianza garantita dal socialismo: «Lo sviluppo e la garanzia della libera personalità è lo scopo di tutte le misure socialiste, anche di quelle che sembrano esser misure coercitive. Approfondendole si vedrà che si tratta sempre di una coercizione che aumenterà la somma di libertà nella società, e che darà più libertà in una sfera più larga di quella che prende. La giornata di massimo lavoro legale, ad esempio, è, di fatto, una legge di un minimo di libertà, un divieto di vendere la propria libertà oltre un certo numero di ore al giorno, e, per principio, questo divieto appartiene alla stessa sfera dell’interdizione, approvata da tutti i liberali, di alienarsi in definitiva schiavitù» (Die Voraussetzungen des Sozialismus und die Aufgaben der Sozialdemokratie, Stuttgart 1902, pp. 129-130).

Il socialismo non come trasformazione rivoluzionaria dei rapporti umani, ma come semplice “correzione democratica” del liberalismo. Dall’esaltazione della libertà della persona cristiano-borghese Bernstein deduce non solo il rifiuto della dittatura del proletariato e della violenza rivoluzionaria — che non può essere dosata con il contagocce, — ma anche l’accettazione della coesistenza fra proprietà privata capitalistica e organizzazioni sindacali nel quadro del compromesso socialdemocratico. Se l’obiettivo è la massimizzazione della libertà individuale, Keynes è molto più utile di Marx. Senza contare i problemi della “decadenza” che emerge nei periodi di benessere diffuso e che nessuno studioso delle cause del crollo del socialismo in URSS e altrove può ignorare.

Accrescere la libertà nel socialismo non è sbagliato ma, se questa libertà non si combina organicamente con la responsabilità e non è funzionale all’uguaglianza e all’etica socialista, la società regredisce a logiche competitive animali che riproducono il paradigma antropologico del mercato. Per questo Kim Jong Il respinge le richieste di libertà illimitata insieme alle riforme di mercato: «La socialdemocrazia contemporanea parte da una posizione borghese nell’esplicare i fenomeni sociali. Essa si pronuncia per la libertà assoluta nella vita sociale e la concorrenza illimitata attraverso il mercato; questo significa voler ammettere la spontaneità, la lotta per la sopravvivenza e le altre leggi del mondo biologico. È un punto di vista reazionario nella sua essenza, una presa di posizione di chi vuole sottomettere la società socialista all’azione incontrollata della legge della giungla, propria della società borghese» (Opere scelte, vol. X, Edizioni in lingue estere, Pyongyang 1999, p. 97).

Di per sé Marx non scivola lungo tale piano inclinato, ma non offre tutti gli anticorpi necessari a sbarazzarsi di questa tentazione permanente del marxismo occidentale. La Critica del liberalismo di Alain de Benoist è così radicale da investire perfino il pensiero di Marx, «il quale non riesce a liberarsi da un certo individualismo» soprattutto nelle pagine dell’Ideologia tedesca in cui contrappone la “comunità reale” alla “comunità apparente”.

«Solo nella comunità con altri ciascun individuo ha i mezzi per sviluppare in tutti i sensi le sue disposizioni; solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale. Nei surrogati di comunità che ci sono stati finora, nello Stato, ecc., la libertà personale esisteva soltanto per gli individui che si erano sviluppati nelle condizioni della classe dominante e solo in quanto erano individui di questa classe. La comunità apparente nella quale finora si sono uniti gli individui si è sempre resa autonoma di contro a loro e allo stesso tempo, essendo l’unione di una classe di contro a un’altra, per la classe dominata non era soltanto una comunità del tutto illusoria, ma anche una nuova catena. Nella comunità reale gli individui acquistano la loro libertà nella loro associazione e per mezzo di essa» (Opere, vol. V, Editori Riuniti, Roma 1972, pp. 63-64).

In queste righe non v’è nulla di “sbagliato”: in una società che gli garantisca le condizioni di vita fondamentali (casa, lavoro, sanità, istruzione, ecc.), l’uomo è effettivamente più libero di fare progetti a lungo termine e di realizzare i propri sogni senza preoccupazioni materiali, piuttosto che in una società in cui debba lottare ogni giorno per sopravvivere. Ma davvero il legame comunitario è soltanto un mezzo per accrescere la libertà individuale?

Scrive Kim Jong Il: «Definendo l’essenza dell’uomo come l’insieme dei rapporti sociali, Marx ha messo in chiaro che si tratta di un essere che vive nei rapporti sociali, ma non è riuscito a vedere che il collettivismo è un bisogno intrinseco di ogni uomo in qualità di membro della comunità sociale. Le idee del Juché hanno affermato per la prima volta che l’uomo può condurre una vita degna di essere vissuta e assolvere il suo magnifico ruolo creatore soltanto in seno alla comunità sociale; esse hanno così gettato nuova luce sul bisogno collettivista dell’uomo» (Opere scelte, vol. X, Edizioni in lingue estere, Pyongyang 1999, pp. 87-88).

Marx ha il merito scientifico di superare le astrazioni idealistiche sulla natura umana e di collocare l’uomo nei rapporti sociali che costituiscono il presupposto oggettivo della sua esistenza (VI Tesi su Feuerbach), ma lascia aperto uno spiraglio alle ideologie che definiscono la disciplina collettiva — sorgente di tutte le vittorie del socialismo — come un male necessario, che intendono la libertà come un fine a sé stante e il socialismo come un semplice strumento per esaudire le promesse non mantenute dalla borghesia.

Le idee del Juché escono invece dal paradigma della modernità borghese perché indicano nella comunità sociale un bisogno umano intrinseco, e non finalizzato ad obiettivi esterni, per ragioni assiologiche e insieme funzionali: a) solo il legame con la comunità conferisce un orizzonte di senso alla vita dell’uomo e lo motiva ad agire oltre il mero istinto di sopravvivenza e l’inerzia della routine; b) senza un rapporto attivo con la comunità l’uomo obiettivamente “funziona male”, si infiacchisce e degenera in un passivo consumatore, perde la capacità di conoscere il mondo e di trasformarlo.

In estrema sintesi: la permanenza della gerarchia politica nel comunismo è indispensabile perché l’accresciuta libertà degli individui non rigeneri la gerarchia naturale con al vertice i fratelli Bianchi e le Concettine.
Interessante

Come affronta il juche il tema della razza? La loro dottrina fa riferimento a una certa linea di sangue se non sbaglio, e vanno fieri della propria stirpe
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Re: Socialismo e questione maschile/incel - Con Fabrizio Marchi e Alarico Della Scala

Messaggio da Millennial Doomer » 27/04/2022, 20:11

coca cøla di rienzo ha scritto: ↑
27/04/2022, 17:33
Alaricus Rex ha scritto: ↑
19/04/2022, 17:24
coca cøla di rienzo ha scritto: ↑
28/02/2022, 13:30
La differenza tra noi e i rossi è che noi crediamo nei valori della gerarchia e nella superiorità della razza bianca, che ha portato la civiltà e la spiritualità alle altre razze inferiori e ha il compito di guidare l'umanità; la gerarchia fa parte della natura umana e le differenze all'interno dell'umanità (come sono le razze) sono funzionali e organiche (concetto cardine del fascismo che vede nello stato sociale etico e gerarchico la massima espressione della società: obbedire e comandare).

per loro invece la gerarchia è solo un "mezzo" attraverso cui il partito comanda la società: infatti per loro lo scopo finale è quello di eliminare ogni gerarchia in modo da liberare l'individuo; si veda anche il loro concetto di collettività (classe) rispetto al nostro concetto di collettività (razza): il loro è posticcio e soggettivo , il nostro scientifico e organico e oggettivo
Considerazioni interessanti e tutt’altro che peregrine. Nel suo famoso articolo Dell’autorità Engels chiarisce che i rapporti gerarchici sono una conditio sine qua non della vita economica moderna, indipendentemente dalla proprietà e dalle classi, e che «l’organizzazione sociale dell’avvenire restringerà l’autorità ai soli limiti ai quali le condizioni della produzione la rendono inevitabile».

Nondimeno, come proprio quest’ultimo passaggio rivela, il marxismo resta segnato da un concetto della politica come dimensione transeunte della storia umana, legata alla lotta per la spartizione del prodotto sociale e dei mezzi di produzione e destinata a risolversi in tecnica gestionale, e dalla prospettiva di estinzione dello Stato. Questa tesi ha permesso ad alcuni interpreti di dare una lettura individualistica del marxismo e non regge alla prova della “fisiologia dello sviluppo sociale” (cicli di progresso e decadenza) e della natura dialettica dell’essere umano.

Per questo è superata dal pensiero di Kim Il Sung: «La direzione del partito non è soltanto indispensabile nel periodo di edificazione del socialismo, ma sarà necessaria anche nella società comunista del futuro, credo. Anche in una società siffatta non sarà permesso vivere a proprio arbitrio e capriccio. Si dovrà condurre una vita collettiva, una vita in seno all’organizzazione e, in questo caso, occorre un nucleo del collettivo che metta in moto i gruppi sociali e comandi gli uomini. In altri termini, si avrà bisogno di una organizzazione politica come il partito» (Opere, vol. XXXVI, Edizioni in lingue estere, Pyongyang 1990, p. 55).

Questa innovazione delle idee del Juché chiude la strada al revisionismo che, da Bernstein in avanti, concepisce la libertà non come principio funzionale alla vita dell’uomo, ma come ideale assoluto e fine autonomo che arriva a sussumere sotto di sé la stessa uguaglianza garantita dal socialismo: «Lo sviluppo e la garanzia della libera personalità è lo scopo di tutte le misure socialiste, anche di quelle che sembrano esser misure coercitive. Approfondendole si vedrà che si tratta sempre di una coercizione che aumenterà la somma di libertà nella società, e che darà più libertà in una sfera più larga di quella che prende. La giornata di massimo lavoro legale, ad esempio, è, di fatto, una legge di un minimo di libertà, un divieto di vendere la propria libertà oltre un certo numero di ore al giorno, e, per principio, questo divieto appartiene alla stessa sfera dell’interdizione, approvata da tutti i liberali, di alienarsi in definitiva schiavitù» (Die Voraussetzungen des Sozialismus und die Aufgaben der Sozialdemokratie, Stuttgart 1902, pp. 129-130).

Il socialismo non come trasformazione rivoluzionaria dei rapporti umani, ma come semplice “correzione democratica” del liberalismo. Dall’esaltazione della libertà della persona cristiano-borghese Bernstein deduce non solo il rifiuto della dittatura del proletariato e della violenza rivoluzionaria — che non può essere dosata con il contagocce, — ma anche l’accettazione della coesistenza fra proprietà privata capitalistica e organizzazioni sindacali nel quadro del compromesso socialdemocratico. Se l’obiettivo è la massimizzazione della libertà individuale, Keynes è molto più utile di Marx. Senza contare i problemi della “decadenza” che emerge nei periodi di benessere diffuso e che nessuno studioso delle cause del crollo del socialismo in URSS e altrove può ignorare.

Accrescere la libertà nel socialismo non è sbagliato ma, se questa libertà non si combina organicamente con la responsabilità e non è funzionale all’uguaglianza e all’etica socialista, la società regredisce a logiche competitive animali che riproducono il paradigma antropologico del mercato. Per questo Kim Jong Il respinge le richieste di libertà illimitata insieme alle riforme di mercato: «La socialdemocrazia contemporanea parte da una posizione borghese nell’esplicare i fenomeni sociali. Essa si pronuncia per la libertà assoluta nella vita sociale e la concorrenza illimitata attraverso il mercato; questo significa voler ammettere la spontaneità, la lotta per la sopravvivenza e le altre leggi del mondo biologico. È un punto di vista reazionario nella sua essenza, una presa di posizione di chi vuole sottomettere la società socialista all’azione incontrollata della legge della giungla, propria della società borghese» (Opere scelte, vol. X, Edizioni in lingue estere, Pyongyang 1999, p. 97).

Di per sé Marx non scivola lungo tale piano inclinato, ma non offre tutti gli anticorpi necessari a sbarazzarsi di questa tentazione permanente del marxismo occidentale. La Critica del liberalismo di Alain de Benoist è così radicale da investire perfino il pensiero di Marx, «il quale non riesce a liberarsi da un certo individualismo» soprattutto nelle pagine dell’Ideologia tedesca in cui contrappone la “comunità reale” alla “comunità apparente”.

«Solo nella comunità con altri ciascun individuo ha i mezzi per sviluppare in tutti i sensi le sue disposizioni; solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale. Nei surrogati di comunità che ci sono stati finora, nello Stato, ecc., la libertà personale esisteva soltanto per gli individui che si erano sviluppati nelle condizioni della classe dominante e solo in quanto erano individui di questa classe. La comunità apparente nella quale finora si sono uniti gli individui si è sempre resa autonoma di contro a loro e allo stesso tempo, essendo l’unione di una classe di contro a un’altra, per la classe dominata non era soltanto una comunità del tutto illusoria, ma anche una nuova catena. Nella comunità reale gli individui acquistano la loro libertà nella loro associazione e per mezzo di essa» (Opere, vol. V, Editori Riuniti, Roma 1972, pp. 63-64).

In queste righe non v’è nulla di “sbagliato”: in una società che gli garantisca le condizioni di vita fondamentali (casa, lavoro, sanità, istruzione, ecc.), l’uomo è effettivamente più libero di fare progetti a lungo termine e di realizzare i propri sogni senza preoccupazioni materiali, piuttosto che in una società in cui debba lottare ogni giorno per sopravvivere. Ma davvero il legame comunitario è soltanto un mezzo per accrescere la libertà individuale?

Scrive Kim Jong Il: «Definendo l’essenza dell’uomo come l’insieme dei rapporti sociali, Marx ha messo in chiaro che si tratta di un essere che vive nei rapporti sociali, ma non è riuscito a vedere che il collettivismo è un bisogno intrinseco di ogni uomo in qualità di membro della comunità sociale. Le idee del Juché hanno affermato per la prima volta che l’uomo può condurre una vita degna di essere vissuta e assolvere il suo magnifico ruolo creatore soltanto in seno alla comunità sociale; esse hanno così gettato nuova luce sul bisogno collettivista dell’uomo» (Opere scelte, vol. X, Edizioni in lingue estere, Pyongyang 1999, pp. 87-88).

Marx ha il merito scientifico di superare le astrazioni idealistiche sulla natura umana e di collocare l’uomo nei rapporti sociali che costituiscono il presupposto oggettivo della sua esistenza (VI Tesi su Feuerbach), ma lascia aperto uno spiraglio alle ideologie che definiscono la disciplina collettiva — sorgente di tutte le vittorie del socialismo — come un male necessario, che intendono la libertà come un fine a sé stante e il socialismo come un semplice strumento per esaudire le promesse non mantenute dalla borghesia.

Le idee del Juché escono invece dal paradigma della modernità borghese perché indicano nella comunità sociale un bisogno umano intrinseco, e non finalizzato ad obiettivi esterni, per ragioni assiologiche e insieme funzionali: a) solo il legame con la comunità conferisce un orizzonte di senso alla vita dell’uomo e lo motiva ad agire oltre il mero istinto di sopravvivenza e l’inerzia della routine; b) senza un rapporto attivo con la comunità l’uomo obiettivamente “funziona male”, si infiacchisce e degenera in un passivo consumatore, perde la capacità di conoscere il mondo e di trasformarlo.

In estrema sintesi: la permanenza della gerarchia politica nel comunismo è indispensabile perché l’accresciuta libertà degli individui non rigeneri la gerarchia naturale con al vertice i fratelli Bianchi e le Concettine.
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A questo proposito consiglio la lettura di "The Cleanest Race" di Bryan Reynolds Myers.

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Re: Socialismo e questione maschile/incel - Con Fabrizio Marchi e Alarico Della Scala

Messaggio da coca cøla di rienzo » 27/04/2022, 22:10

Millennial Doomer ha scritto: ↑
27/04/2022, 20:11
coca cøla di rienzo ha scritto: ↑
27/04/2022, 17:33
Alaricus Rex ha scritto: ↑
19/04/2022, 17:24

Considerazioni interessanti e tutt’altro che peregrine. Nel suo famoso articolo Dell’autorità Engels chiarisce che i rapporti gerarchici sono una conditio sine qua non della vita economica moderna, indipendentemente dalla proprietà e dalle classi, e che «l’organizzazione sociale dell’avvenire restringerà l’autorità ai soli limiti ai quali le condizioni della produzione la rendono inevitabile».

Nondimeno, come proprio quest’ultimo passaggio rivela, il marxismo resta segnato da un concetto della politica come dimensione transeunte della storia umana, legata alla lotta per la spartizione del prodotto sociale e dei mezzi di produzione e destinata a risolversi in tecnica gestionale, e dalla prospettiva di estinzione dello Stato. Questa tesi ha permesso ad alcuni interpreti di dare una lettura individualistica del marxismo e non regge alla prova della “fisiologia dello sviluppo sociale” (cicli di progresso e decadenza) e della natura dialettica dell’essere umano.

Per questo è superata dal pensiero di Kim Il Sung: «La direzione del partito non è soltanto indispensabile nel periodo di edificazione del socialismo, ma sarà necessaria anche nella società comunista del futuro, credo. Anche in una società siffatta non sarà permesso vivere a proprio arbitrio e capriccio. Si dovrà condurre una vita collettiva, una vita in seno all’organizzazione e, in questo caso, occorre un nucleo del collettivo che metta in moto i gruppi sociali e comandi gli uomini. In altri termini, si avrà bisogno di una organizzazione politica come il partito» (Opere, vol. XXXVI, Edizioni in lingue estere, Pyongyang 1990, p. 55).

Questa innovazione delle idee del Juché chiude la strada al revisionismo che, da Bernstein in avanti, concepisce la libertà non come principio funzionale alla vita dell’uomo, ma come ideale assoluto e fine autonomo che arriva a sussumere sotto di sé la stessa uguaglianza garantita dal socialismo: «Lo sviluppo e la garanzia della libera personalità è lo scopo di tutte le misure socialiste, anche di quelle che sembrano esser misure coercitive. Approfondendole si vedrà che si tratta sempre di una coercizione che aumenterà la somma di libertà nella società, e che darà più libertà in una sfera più larga di quella che prende. La giornata di massimo lavoro legale, ad esempio, è, di fatto, una legge di un minimo di libertà, un divieto di vendere la propria libertà oltre un certo numero di ore al giorno, e, per principio, questo divieto appartiene alla stessa sfera dell’interdizione, approvata da tutti i liberali, di alienarsi in definitiva schiavitù» (Die Voraussetzungen des Sozialismus und die Aufgaben der Sozialdemokratie, Stuttgart 1902, pp. 129-130).

Il socialismo non come trasformazione rivoluzionaria dei rapporti umani, ma come semplice “correzione democratica” del liberalismo. Dall’esaltazione della libertà della persona cristiano-borghese Bernstein deduce non solo il rifiuto della dittatura del proletariato e della violenza rivoluzionaria — che non può essere dosata con il contagocce, — ma anche l’accettazione della coesistenza fra proprietà privata capitalistica e organizzazioni sindacali nel quadro del compromesso socialdemocratico. Se l’obiettivo è la massimizzazione della libertà individuale, Keynes è molto più utile di Marx. Senza contare i problemi della “decadenza” che emerge nei periodi di benessere diffuso e che nessuno studioso delle cause del crollo del socialismo in URSS e altrove può ignorare.

Accrescere la libertà nel socialismo non è sbagliato ma, se questa libertà non si combina organicamente con la responsabilità e non è funzionale all’uguaglianza e all’etica socialista, la società regredisce a logiche competitive animali che riproducono il paradigma antropologico del mercato. Per questo Kim Jong Il respinge le richieste di libertà illimitata insieme alle riforme di mercato: «La socialdemocrazia contemporanea parte da una posizione borghese nell’esplicare i fenomeni sociali. Essa si pronuncia per la libertà assoluta nella vita sociale e la concorrenza illimitata attraverso il mercato; questo significa voler ammettere la spontaneità, la lotta per la sopravvivenza e le altre leggi del mondo biologico. È un punto di vista reazionario nella sua essenza, una presa di posizione di chi vuole sottomettere la società socialista all’azione incontrollata della legge della giungla, propria della società borghese» (Opere scelte, vol. X, Edizioni in lingue estere, Pyongyang 1999, p. 97).

Di per sé Marx non scivola lungo tale piano inclinato, ma non offre tutti gli anticorpi necessari a sbarazzarsi di questa tentazione permanente del marxismo occidentale. La Critica del liberalismo di Alain de Benoist è così radicale da investire perfino il pensiero di Marx, «il quale non riesce a liberarsi da un certo individualismo» soprattutto nelle pagine dell’Ideologia tedesca in cui contrappone la “comunità reale” alla “comunità apparente”.

«Solo nella comunità con altri ciascun individuo ha i mezzi per sviluppare in tutti i sensi le sue disposizioni; solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale. Nei surrogati di comunità che ci sono stati finora, nello Stato, ecc., la libertà personale esisteva soltanto per gli individui che si erano sviluppati nelle condizioni della classe dominante e solo in quanto erano individui di questa classe. La comunità apparente nella quale finora si sono uniti gli individui si è sempre resa autonoma di contro a loro e allo stesso tempo, essendo l’unione di una classe di contro a un’altra, per la classe dominata non era soltanto una comunità del tutto illusoria, ma anche una nuova catena. Nella comunità reale gli individui acquistano la loro libertà nella loro associazione e per mezzo di essa» (Opere, vol. V, Editori Riuniti, Roma 1972, pp. 63-64).

In queste righe non v’è nulla di “sbagliato”: in una società che gli garantisca le condizioni di vita fondamentali (casa, lavoro, sanità, istruzione, ecc.), l’uomo è effettivamente più libero di fare progetti a lungo termine e di realizzare i propri sogni senza preoccupazioni materiali, piuttosto che in una società in cui debba lottare ogni giorno per sopravvivere. Ma davvero il legame comunitario è soltanto un mezzo per accrescere la libertà individuale?

Scrive Kim Jong Il: «Definendo l’essenza dell’uomo come l’insieme dei rapporti sociali, Marx ha messo in chiaro che si tratta di un essere che vive nei rapporti sociali, ma non è riuscito a vedere che il collettivismo è un bisogno intrinseco di ogni uomo in qualità di membro della comunità sociale. Le idee del Juché hanno affermato per la prima volta che l’uomo può condurre una vita degna di essere vissuta e assolvere il suo magnifico ruolo creatore soltanto in seno alla comunità sociale; esse hanno così gettato nuova luce sul bisogno collettivista dell’uomo» (Opere scelte, vol. X, Edizioni in lingue estere, Pyongyang 1999, pp. 87-88).

Marx ha il merito scientifico di superare le astrazioni idealistiche sulla natura umana e di collocare l’uomo nei rapporti sociali che costituiscono il presupposto oggettivo della sua esistenza (VI Tesi su Feuerbach), ma lascia aperto uno spiraglio alle ideologie che definiscono la disciplina collettiva — sorgente di tutte le vittorie del socialismo — come un male necessario, che intendono la libertà come un fine a sé stante e il socialismo come un semplice strumento per esaudire le promesse non mantenute dalla borghesia.

Le idee del Juché escono invece dal paradigma della modernità borghese perché indicano nella comunità sociale un bisogno umano intrinseco, e non finalizzato ad obiettivi esterni, per ragioni assiologiche e insieme funzionali: a) solo il legame con la comunità conferisce un orizzonte di senso alla vita dell’uomo e lo motiva ad agire oltre il mero istinto di sopravvivenza e l’inerzia della routine; b) senza un rapporto attivo con la comunità l’uomo obiettivamente “funziona male”, si infiacchisce e degenera in un passivo consumatore, perde la capacità di conoscere il mondo e di trasformarlo.

In estrema sintesi: la permanenza della gerarchia politica nel comunismo è indispensabile perché l’accresciuta libertà degli individui non rigeneri la gerarchia naturale con al vertice i fratelli Bianchi e le Concettine.
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Come affronta il juche il tema della razza? La loro dottrina fa riferimento a una certa linea di sangue se non sbaglio, e vanno fieri della propria stirpe
A questo proposito consiglio la lettura di "The Cleanest Race" di Bryan Reynolds Myers.
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Re: Socialismo e questione maschile/incel - Con Fabrizio Marchi e Alarico Della Scala

Messaggio da coca cøla di rienzo » 27/04/2022, 22:11

coca cøla di rienzo ha scritto: ↑
27/04/2022, 22:10
Millennial Doomer ha scritto: ↑
27/04/2022, 20:11
coca cøla di rienzo ha scritto: ↑
27/04/2022, 17:33

Interessante

Come affronta il juche il tema della razza? La loro dottrina fa riferimento a una certa linea di sangue se non sbaglio, e vanno fieri della propria stirpe
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Re: Socialismo e questione maschile/incel - Con Fabrizio Marchi e Alarico Della Scala

Messaggio da Alaricus Rex » 02/05/2022, 4:03

coca cøla di rienzo ha scritto: ↑
27/04/2022, 17:33
Come affronta il juche il tema della razza? La loro dottrina fa riferimento a una certa linea di sangue se non sbaglio, e vanno fieri della propria stirpe
Esatto. Modificando la teoria marxista in rapporto alla storia delle nazioni asiatiche, Kim Jong Il include nei tratti caratteristici della nazione anche l’identità di sangue: https://jucheitalia.blogspot.com/2020/0 ... e-del.html Questa non coincide ovunque con la razza, ma in Corea sì e l’omogeneità etnica della popolazione è vista come parte del suo carattere nazionale da difendere contro l’imposizione del “melting-pot” di stampo americano da parte del regime di Seul, come si legge in questo articolo del Rodong Sinmun del 27 aprile 2006:

La teoria della della «società multirazziale e multietnica»: una minaccia per la nazione

Il concetto di società multinazionale e multirazziale è una minaccia per la nazione. Di recente in Corea del sud emergono dannose tendenze mirate a creare una «società multirazziale e multietnica» e dunque a distruggere ciò che fa di noi, dopotutto, il popolo coreano.

I promotori di queste tendenze disordinate parlano di «trasformare la Corea del sud in una regione di razze miste», in cui si aggiunga il sangue degli Americani e dei rappresentanti di altre razze per «superare il nazionalismo chiuso». Parlano della trasformazione della Corea del sud in una «società multinazionale aperta» come gli Stati Uniti d’America.

Parole e idee simili sono già come una pugnalata dritta al cuore della nazione. Ma ancora peggio è il fatto che il concetto politico della «società multirazziale e multietnica», pieno di ostilità verso il popolo, ha già abbandonato la fase di discussione. I libri di testo delle scuole secondarie e primarie, che finora sottolineavano che i Coreani sono «discendenti del divino progenitore Tangun», un «popolo con lo stesso sangue» o che i Coreani sono la «nazione Han», adesso includeranno dichiarazioni sulla «società multirazziale e multietnica» dal 2009 in avanti. Inoltre, i termini «famiglia creata in seguito al matrimonio con uno straniero» e «famiglia di lavoratori stranieri» saranno sostituiti dal concetto di «famiglia multiculturale».

Non si può essere così ciechi da non capire che simili discorsi causeranno la rabbia del popolo coreano.

La teoria di una «società multirazziale e multietnica», proclamata dalle forze traditrici sudcoreane per ingraziarsi gli USA, è una teoria della distruzione nazionale che nega l’unità del popolo coreano, tenta di mischiarlo con altre nazioni, di inquinarlo e di americanizzarlo.

La nazione è una comunità formatasi storicamente, caratterizzata dall’unità della vita sociale e dalla condivisione di un destino comune. Una nazione esiste finché ha caratteri che la distinguono dalle altre nazioni. La sorte dei popoli e lo sviluppo della società sono impensabili senza la nazione. Lo spirito nazionale è divenuto un’importante arma nello sviluppo personale e sociale. Per questo tutti i popoli apprezzano la loro unicità e sottolineano le loro eccellenze, formando così un’identità nazionale e unendo i membri della nazione. Oggi, mentre i popoli delle diverse nazioni resistono alla sporca onda della «globalizzazione» che ha travolto il mondo, insistendo sulla propria unicità etnica e prendendo misure per tutelarla, non esiste una sola nazione disposta a negare sé stessa.

Nel mondo moderno, in cui il dominazionismo e il colonialismo minacciano i destini delle piccole nazioni, negare l’unicità e le eccellenze del nostro popolo coreano omogeneo e monorazziale è una sordida predica di disarmo spirituale della nazione.

I traditori filo-americani che cantano il ritornello di una «società multirazziale e multietnica» non conoscono nemmeno i concetti di base della visione del mondo nazionale e la storia dello sviluppo della società. Sono idioti, privi di spirito nazionale.

Il nostro popolo coreano è orgoglioso della sua omogeneità razziale, di cui nessun altro popolo nel mondo ha il sembiante. È divenuta una fonte spirituale di unità, necessaria alla nostra lotta per lo sviluppo eterno e la prosperità della nazione. Realizzando il valore dell’omogeneità nazionale, i Coreani hanno versato il sangue e sacrificato le proprie vite per avanzare sul lungo e difficile cammino della riunificazione, e ora entriamo in una nuova epoca degli «Accordi del 15 giugno» con tutto il nostro fervore patriottico. Se non riusciamo a salvare l’omogeneità razziale del nostro popolo, non possiamo proteggere né la nazione né gli individui che saranno indifesi contro i piani egemonici statunitensi. Per giunta, non saremo in grado di prevenire la re-invasione dei reazionari giapponesi, che adesso rivendicano sfacciatamente la sovranità perfino sulle rocce di Liancourt. La natura antinazionale dell’argomento su una «società multirazziale» risiede nel fatto che nega l’esistenza della nazione e quindi consegna la nazione e lo Stato nelle mani degli imperialisti.

Quando il popolo chiama l’intera nazione a unire le forze nella riunificazione della patria e a contribuire alla dignità e alla grandezza della nostra nazione omogenea, un simile discorso di diniego etnico e di distruzione della nazione è un grave problema. Ora è il momento dell’unificazione nazionale in totale indipendenza, che dovrebbe concludere la sessantennale divisione del Nord e del Sud e stabilire la completa omogeneità della nostra nazione. La teoria di una «società multirazziale e multietnica» è un veleno che indebolisce lo spirito della nostra epoca, una teoria diretta contro l’unificazione del nostro paese. Questa teoria, piena di odio contro l’essenza etnica del popolo, punta a differenziare le stirpi del Nord e del Sud. Questa teoria è il risultato della politica criminale dei gruppi filo-americani all’interno della dirigenza della Corea del sud, compreso il «Partito Hannara», che cercano di perpetuare la divisione del paese e si oppongono allo spirito degli «Accordi del 15 giugno».

Se parliamo del caso dei meticci sudcoreani, tutto questo è una conseguenza dell’occupazione militare statunitense della Corea del sud. Quanto devono essere poveri di spirito per non sollevare la questione del ritiro delle truppe statunitensi, che porrebbe fine a questa tragedia! Ma invece tentano solo di amplificare ulteriormente il problema.

La diffusione del discorso sulla «società multirazziale e multietnica» priva i sudcoreani dell’opportunità di superare la vergogna nazionale. Questi discorsi mostrano quanto siano pericolosi i piani criminali degli Stati Uniti che aspirano a costruire un mondo unipolare.

Tutti gli strati sociali del popolo della Corea del sud dovranno resistere con coraggio ai piani antinazionali dei servili traditori che vogliono distruggere la nostra identità e la nostra essenza nazionale e tentano perfino di inquinare il sangue della nostra nazione. Bisogna tenere alta la bandiera dell’«unità nazionale» e del «primato della nazione coreana».

Choe Mun Il
Millennial Doomer ha scritto: ↑
27/04/2022, 20:11
A questo proposito consiglio la lettura di "The Cleanest Race" di Bryan Reynolds Myers.
Ecco i commenti di un imprenditore svizzero che ha vissuto in Corea del nord per sette anni (2002-2009) su questo libro: «Un altro professore di letteratura americano che insegna in Corea del Sud, Bryan R. Myers, ha riassunto la propaganda nordcoreana in modo più ponderato — anche se fallace — nel suo libro del 2010 The Cleanest Race: How North Koreans See Themselves and Why it Matters. Il suo problema è che ha preso la propaganda più seriamente di quanto non facciano gli stessi nordcoreani. Le sue affermazioni erano traballanti: ha sostenuto che la base dell’ideologia nordcoreana è la razza, non il più comunemente citato mix di socialismo, Juché e Songun. Ha perfino chiamato il Juché un’“operazione di facciata” per gli stranieri, affermazione piuttosto assurda alla luce della realtà che lo Stato ha compiuto enormi sforzi per insegnare il Juché al suo popolo.

Durante le esposizioni studenti di diverse università si sono avvicinati al mio stand per far pratica con l’inglese. Spesso ho chiesto loro quale mestiere volevano scegliere dopo aver finito l’università. La risposta era spesso alquanto patriottica: “Voglio essere un elettricista per aiutare a elettrificare il mio paese affinché possa reggersi sulle proprie gambe in conformità alle idee del Juché”. Un altro ha detto: “Voglio essere un medico per aiutare i miei connazionali ad essere più sani. Condivido le idee del Juché, che mirano a rafforzare il nostro sistema sanitario e a renderlo indipendente dai paesi stranieri”. Queste erano le loro concrete convinzioni, e non si adattano a nessuna narrativa di “facciata”.

Alcune altre affermazioni sono discutibili. Myers afferma che il culto della personalità nordcoreano è un’idea imposta dai colonialisti giapponesi. Io penso che il concetto sia emerso dal culto della personalità di Stalin, o ancora di più da una corrente storica sotterranea che risale a migliaia di anni di supremi imperatori cinesi. Myers non indica in modo esauriente come tre decenni di amministrazione giapponese abbiano potuto sovvertire queste più radicate forze all’opera.

Myers afferma inoltre che il partito, nella propaganda, raffigura la leadership della Corea del Nord come una figura materna, non paterna. Ma allora non spiega perché la guerra di Corea è chiamata “guerra di liberazione della patria” anziché “guerra di liberazione della madrepatria”. I nordcoreani che mi hanno parlato del “padre della nazione” o del “padre di tutti i coreani”, riferendosi al leader, non hanno mai menzionato una madre della nazione.

I membri dello staff della mia azienda mi hanno ricordato che in Corea del Nord i dirigenti aziendali sono tenuti a comportarsi come buoni “padri” con lo staff. Ero solito rispondere scherzando per metà che, come loro padre, mi sarei aspettato il rispetto e l’obbedienza della mia larga famiglia — com’è tipico in una famiglia confuciana tradizionale coreana. Se il mio staff mi avesse chiamato “madre”, Myers sarebbe stato credibile. L’espressione “padre” era usata non solo per la traduzione inglese ma anche in coreano» (Felix Abt, A Capitalist in North Korea, Tuttle, 2014, pp. 62-63).

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Re: Socialismo e questione maschile/incel - Con Fabrizio Marchi e Alarico Della Scala

Messaggio da Millennial Doomer » 02/05/2022, 14:01

Alaricus Rex ha scritto: ↑
02/05/2022, 4:03
Myers afferma inoltre che il partito, nella propaganda, raffigura la leadership della Corea del Nord come una figura materna, non paterna.
Questa cosa la diceva anche Zizek ricordo, infatti mi sembrava strano.

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Re: Socialismo e questione maschile/incel - Con Fabrizio Marchi e Alarico Della Scala

Messaggio da Alaricus Rex » 04/05/2022, 2:12

Millennial Doomer ha scritto: ↑
02/05/2022, 14:01
Alaricus Rex ha scritto: ↑
02/05/2022, 4:03
Myers afferma inoltre che il partito, nella propaganda, raffigura la leadership della Corea del Nord come una figura materna, non paterna.
Questa cosa la diceva anche Zizek ricordo, infatti mi sembrava strano.
In realtà il leader è definito come “padre affettuoso” mentre si parla di “partito materno”. Negli orfanotrofi le educatrici sono chiamate ad impersonare le madri mentre il ruolo del padre spetta, idealmente, al leader stesso; di qui la canzone secondo cui la Corea è l’unico paese in cui gli orfani sono ritenuti più fortunati dei bambini con genitori, perché hanno come padre il leader in persona.

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Re: Socialismo e questione maschile/incel - Con Fabrizio Marchi e Alarico Della Scala

Messaggio da Nihil88 » 04/05/2022, 9:00

Mi chiedo come si faccia a credere a ste puttanate ahah
@Millennial Doomer smettila di copare con ste merdate di corea, cina e russia lol
"Possa tu liberarmi dal tenebroso abisso di questo mondo che altro non è se non tortura, ferite fino alla morte, e dove né soccorritore né vero amico si trovano! Non sapendo che cosa fare per salvarmi, piango su me stesso"

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Re: Socialismo e questione maschile/incel - Con Fabrizio Marchi e Alarico Della Scala

Messaggio da Sciocchino » 05/05/2022, 18:34

Nihil88 ha scritto: ↑
04/05/2022, 9:00
Mi chiedo come si faccia a credere a ste puttanate ahah
@Millennial Doomer smettila di copare con ste merdate di corea, cina e russia lol
Esatto, che poi uno che si chiama Alarico dalla scala (tipico nome da nobile lombardo) avrà come minimo un attico a Milano con vista sul duomo e una villa sul lago di Como.
Voglio vederlo uno così in Corea del nord a vivere con un pugno di riso al giorno e a farsi 7 anni di servizio militare obbligatorio. Dopo due ore piange perché vuole la mamma.

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Re: Socialismo e questione maschile/incel - Con Fabrizio Marchi e Alarico Della Scala

Messaggio da Nihil88 » 05/05/2022, 18:51

Sciocchino ha scritto: ↑
05/05/2022, 18:34
Nihil88 ha scritto: ↑
04/05/2022, 9:00
Mi chiedo come si faccia a credere a ste puttanate ahah
@Millennial Doomer smettila di copare con ste merdate di corea, cina e russia lol
Esatto, che poi uno che si chiama Alarico dalla scala (tipico nome da nobile lombardo) avrà come minimo un attico a Milano con vista sul duomo e una villa sul lago di Como.
Voglio vederlo uno così in Corea del nord a vivere con un pugno di riso al giorno e a farsi 7 anni di servizio militare obbligatorio. Dopo due ore piange perché vuole la mamma.
Non è un caso che i veri proletari siano refrattari alle puttanate rossobrune e che queste siano appannaggio del ceto medio semicolto di intellettuali che possono disquisire tutto il giorno di filosofia politica e troiate simili. Ed è per questo che da sempre odio quel mondo e spero che cina, corea e russia vadano incontro alla rovina.
"Possa tu liberarmi dal tenebroso abisso di questo mondo che altro non è se non tortura, ferite fino alla morte, e dove né soccorritore né vero amico si trovano! Non sapendo che cosa fare per salvarmi, piango su me stesso"

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