Considerazioni interessanti e tutt’altro che peregrine. Nel suo famoso articolo Dell’autorità Engels chiarisce che i rapporti gerarchici sono una conditio sine qua non della vita economica moderna, indipendentemente dalla proprietà e dalle classi, e che «l’organizzazione sociale dell’avvenire restringerà l’autorità ai soli limiti ai quali le condizioni della produzione la rendono inevitabile».coca cøla di rienzo ha scritto: ↑28/02/2022, 13:30La differenza tra noi e i rossi è che noi crediamo nei valori della gerarchia e nella superiorità della razza bianca, che ha portato la civiltà e la spiritualità alle altre razze inferiori e ha il compito di guidare l'umanità; la gerarchia fa parte della natura umana e le differenze all'interno dell'umanità (come sono le razze) sono funzionali e organiche (concetto cardine del fascismo che vede nello stato sociale etico e gerarchico la massima espressione della società: obbedire e comandare).
per loro invece la gerarchia è solo un "mezzo" attraverso cui il partito comanda la società: infatti per loro lo scopo finale è quello di eliminare ogni gerarchia in modo da liberare l'individuo; si veda anche il loro concetto di collettività (classe) rispetto al nostro concetto di collettività (razza): il loro è posticcio e soggettivo , il nostro scientifico e organico e oggettivo
Nondimeno, come proprio quest’ultimo passaggio rivela, il marxismo resta segnato da un concetto della politica come dimensione transeunte della storia umana, legata alla lotta per la spartizione del prodotto sociale e dei mezzi di produzione e destinata a risolversi in tecnica gestionale, e dalla prospettiva di estinzione dello Stato. Questa tesi ha permesso ad alcuni interpreti di dare una lettura individualistica del marxismo e non regge alla prova della “fisiologia dello sviluppo sociale” (cicli di progresso e decadenza) e della natura dialettica dell’essere umano.
Per questo è superata dal pensiero di Kim Il Sung: «La direzione del partito non è soltanto indispensabile nel periodo di edificazione del socialismo, ma sarà necessaria anche nella società comunista del futuro, credo. Anche in una società siffatta non sarà permesso vivere a proprio arbitrio e capriccio. Si dovrà condurre una vita collettiva, una vita in seno all’organizzazione e, in questo caso, occorre un nucleo del collettivo che metta in moto i gruppi sociali e comandi gli uomini. In altri termini, si avrà bisogno di una organizzazione politica come il partito» (Opere, vol. XXXVI, Edizioni in lingue estere, Pyongyang 1990, p. 55).
Questa innovazione delle idee del Juché chiude la strada al revisionismo che, da Bernstein in avanti, concepisce la libertà non come principio funzionale alla vita dell’uomo, ma come ideale assoluto e fine autonomo che arriva a sussumere sotto di sé la stessa uguaglianza garantita dal socialismo: «Lo sviluppo e la garanzia della libera personalità è lo scopo di tutte le misure socialiste, anche di quelle che sembrano esser misure coercitive. Approfondendole si vedrà che si tratta sempre di una coercizione che aumenterà la somma di libertà nella società, e che darà più libertà in una sfera più larga di quella che prende. La giornata di massimo lavoro legale, ad esempio, è, di fatto, una legge di un minimo di libertà, un divieto di vendere la propria libertà oltre un certo numero di ore al giorno, e, per principio, questo divieto appartiene alla stessa sfera dell’interdizione, approvata da tutti i liberali, di alienarsi in definitiva schiavitù» (Die Voraussetzungen des Sozialismus und die Aufgaben der Sozialdemokratie, Stuttgart 1902, pp. 129-130).
Il socialismo non come trasformazione rivoluzionaria dei rapporti umani, ma come semplice “correzione democratica” del liberalismo. Dall’esaltazione della libertà della persona cristiano-borghese Bernstein deduce non solo il rifiuto della dittatura del proletariato e della violenza rivoluzionaria — che non può essere dosata con il contagocce, — ma anche l’accettazione della coesistenza fra proprietà privata capitalistica e organizzazioni sindacali nel quadro del compromesso socialdemocratico. Se l’obiettivo è la massimizzazione della libertà individuale, Keynes è molto più utile di Marx. Senza contare i problemi della “decadenza” che emerge nei periodi di benessere diffuso e che nessuno studioso delle cause del crollo del socialismo in URSS e altrove può ignorare.
Accrescere la libertà nel socialismo non è sbagliato ma, se questa libertà non si combina organicamente con la responsabilità e non è funzionale all’uguaglianza e all’etica socialista, la società regredisce a logiche competitive animali che riproducono il paradigma antropologico del mercato. Per questo Kim Jong Il respinge le richieste di libertà illimitata insieme alle riforme di mercato: «La socialdemocrazia contemporanea parte da una posizione borghese nell’esplicare i fenomeni sociali. Essa si pronuncia per la libertà assoluta nella vita sociale e la concorrenza illimitata attraverso il mercato; questo significa voler ammettere la spontaneità, la lotta per la sopravvivenza e le altre leggi del mondo biologico. È un punto di vista reazionario nella sua essenza, una presa di posizione di chi vuole sottomettere la società socialista all’azione incontrollata della legge della giungla, propria della società borghese» (Opere scelte, vol. X, Edizioni in lingue estere, Pyongyang 1999, p. 97).
Di per sé Marx non scivola lungo tale piano inclinato, ma non offre tutti gli anticorpi necessari a sbarazzarsi di questa tentazione permanente del marxismo occidentale. La Critica del liberalismo di Alain de Benoist è così radicale da investire perfino il pensiero di Marx, «il quale non riesce a liberarsi da un certo individualismo» soprattutto nelle pagine dell’Ideologia tedesca in cui contrappone la “comunità reale” alla “comunità apparente”.
«Solo nella comunità con altri ciascun individuo ha i mezzi per sviluppare in tutti i sensi le sue disposizioni; solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale. Nei surrogati di comunità che ci sono stati finora, nello Stato, ecc., la libertà personale esisteva soltanto per gli individui che si erano sviluppati nelle condizioni della classe dominante e solo in quanto erano individui di questa classe. La comunità apparente nella quale finora si sono uniti gli individui si è sempre resa autonoma di contro a loro e allo stesso tempo, essendo l’unione di una classe di contro a un’altra, per la classe dominata non era soltanto una comunità del tutto illusoria, ma anche una nuova catena. Nella comunità reale gli individui acquistano la loro libertà nella loro associazione e per mezzo di essa» (Opere, vol. V, Editori Riuniti, Roma 1972, pp. 63-64).
In queste righe non v’è nulla di “sbagliato”: in una società che gli garantisca le condizioni di vita fondamentali (casa, lavoro, sanità, istruzione, ecc.), l’uomo è effettivamente più libero di fare progetti a lungo termine e di realizzare i propri sogni senza preoccupazioni materiali, piuttosto che in una società in cui debba lottare ogni giorno per sopravvivere. Ma davvero il legame comunitario è soltanto un mezzo per accrescere la libertà individuale?
Scrive Kim Jong Il: «Definendo l’essenza dell’uomo come l’insieme dei rapporti sociali, Marx ha messo in chiaro che si tratta di un essere che vive nei rapporti sociali, ma non è riuscito a vedere che il collettivismo è un bisogno intrinseco di ogni uomo in qualità di membro della comunità sociale. Le idee del Juché hanno affermato per la prima volta che l’uomo può condurre una vita degna di essere vissuta e assolvere il suo magnifico ruolo creatore soltanto in seno alla comunità sociale; esse hanno così gettato nuova luce sul bisogno collettivista dell’uomo» (Opere scelte, vol. X, Edizioni in lingue estere, Pyongyang 1999, pp. 87-88).
Marx ha il merito scientifico di superare le astrazioni idealistiche sulla natura umana e di collocare l’uomo nei rapporti sociali che costituiscono il presupposto oggettivo della sua esistenza (VI Tesi su Feuerbach), ma lascia aperto uno spiraglio alle ideologie che definiscono la disciplina collettiva — sorgente di tutte le vittorie del socialismo — come un male necessario, che intendono la libertà come un fine a sé stante e il socialismo come un semplice strumento per esaudire le promesse non mantenute dalla borghesia.
Le idee del Juché escono invece dal paradigma della modernità borghese perché indicano nella comunità sociale un bisogno umano intrinseco, e non finalizzato ad obiettivi esterni, per ragioni assiologiche e insieme funzionali: a) solo il legame con la comunità conferisce un orizzonte di senso alla vita dell’uomo e lo motiva ad agire oltre il mero istinto di sopravvivenza e l’inerzia della routine; b) senza un rapporto attivo con la comunità l’uomo obiettivamente “funziona male”, si infiacchisce e degenera in un passivo consumatore, perde la capacità di conoscere il mondo e di trasformarlo.
In estrema sintesi: la permanenza della gerarchia politica nel comunismo è indispensabile perché l’accresciuta libertà degli individui non rigeneri la gerarchia naturale con al vertice i fratelli Bianchi e le Concettine.
